Maestri scalpellini e tagliapietre nel cantiere
della SS. Annunziata a Pontremoli
Quando nel 1474, a seguito della devozione suscitata da un’immagine
dipinta su un tabernacolo nei pressi del ponte di Saliceto, la Comunità
di Pontremoli delibera di erigere la chiesa ed il convento della SS.
ma Annunziata, in quella località si avvia un grande cantiere
che, nel volgere di pochi anni, dà vita ad un’articolata
struttura.
Delle opere murarie in un primo periodo è incaricato Biagio
da Firenze, sostituito poi da Martino da Lugano, che completerà
l’opera, un capomastro già presente a Pontremoli ed attivo
anche a Borgotaro e a Portovenere.
Tra le varie maestranze impegnate nel cantiere dell’Annunziata,
fin dall’avvio dei lavori risulta predominante l’opera
dei lapicidi, come attestano anche le strutture caratterizzate da
un largo impiego di elementi in pietra scolpita.
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Pontremoli, convento
della SS. Annunziata, colonnato del primo chiostro |
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Il paramento esterno della chiesa costruita in quegli anni, oggi soloparzialmente
visibile, era in gran parte rivestito da arenaria, così come
la facciata primitiva, della quale rimane soltanto una parte, ora
inglobata nella chiesa. Sempre in pietra era parzialmente rivestita
la ulteriore facciata, costruita dopo che l’edificio viene ingrandito
per incorporare la cappella contenente la miracolosa immagine. […]
Il primitivo paramento era scandito orizzontalmente da cornici aggettanti,
una in basso e due più in alto, delle quali quella inferiore
ornata da archetti pensili, come si vede ancora nella parete nord.
Qui si apre la porta verso il borgo, caratterizzata da stipiti in
pietra scolpita con motivi a candelabra; sempre su questo paramento
insistono quattro ampie nicchie terminanti a conchiglia, con peducci
e coronamenti riccamente ornati ad elementi fitomorfi. Il rivestimento
in lastre di pietra è ancora visibile nella parete sud. Anche
su questo lato della chiesa si apre una porta, realizzata nel 1517
e ornata negli stipiti con coppie di delfini, motivi vegetali e coppe
fiammeggianti.
La presenza della pietra caratterizza anche l’interno della
chiesa dove una ripida gradinata in macigno separa il presbiterio
dalla navata; il coro è scandito da colonnine in arenaria su
cui insistono i costoloni dell’abside, ancora tardogotica; due
arconi trasversali a tutto sesto, anch’essi in pietra, delimitano
al di sopra dell’altare una volta a crociera costolonata. Tutta
la navata è definita in alto da una cornice in pietra sorretta
da mensole, sulla quale s’impostano le volticelle della copertura
a botte, così come archi in arenaria delimitano varie cappelle
che si aprono ai lati.
Contiguo alla chiesa nella parte meridionale si situa il convento,
sviluppato intorno a due ampi chiostri il cui porticato è scandito
da colonne monolitiche in arenaria sorreggenti arcate a tutto sesto,
sostituite in ciascun angolo da due semicolonne addossate ai pilastri
[…]. Le colonne, poggianti su basi ornate con foglie ondulate
protezionali, culminano in capitelli fogliati sui quali nel primo
chiostro insistono gli archi composti da nove-dodici elementi in pietra,
delimitati nell’estradosso da una cornice a rilievo modanata
che s’imposta su di una base di cinque lunghe foglie; nel secondo
chiostro invece una cornice a guscio è ricavata nello stesso
estradosso dell’arco. All’interno dell’ambulacro
le volte a crociera terminano in peducci in pietra scolpita.
Nel primo chiostro corre una cornice marcadavanzale in pietra, ornata
con un motivo a tortiglione come gli stipiti delle finestre dei dormitori
e delle celle del convento che insistono su questa. Nel secondo chiostro,
una cornice a guscio separa il piano superiore su due lati del quale
la struttura era alleggerita dalla presenza di una galleria, successivamente
parzialmente tamponata, con un prospetto caratterizzato da due aperture
delimitate da otto sottili colonnine in arenaria sormontate da archetti
ogivali.
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Pontremoli, convento
della SS. Annunziata, colonnato del primo chiostro |
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La lavorazione delle pietre utilizzate per le opere murarie era affidata
a lapicidi lombardi sotto la direzione di Jacobo da Como, presente
sul cantiere già all’inizio dell’estate del 1474,
con i lapicidi all’opera nell’area tra il colle e la sponda
del fiume, per predisporre la superficie su cui sorgerà la
chiesa. E’ una zona caratterizzata dalla presenza di roccia,
sulla quale intervengono asportando la pietra, come dimostrano i tagli
ancora oggi visibili negli affioramenti a monte del convento. Il terreno
su cui doveva sorgere il complesso si presentava infatti a gradoni,
come evidenziano sia la struttura del convento che la ripida gradinata
all’interno della chiesa, costruita per superare il dislivello
esistente, senza dover ricorrere ad un lungo e laborioso abbassamento
della superficie.
La pietra da lavorare veniva estratta probabilmente oltre che dalla
base del monte retrostante il cantiere, da San Genesio, il colle che
sorge di fronte al convento, sulla sponda opposta del Magra, sui cui
fianchi sono tuttora visibili segni di cave nelle quali i lavori erano
affidati a maestranze locali. Da pietre spaccate nel greto del fiume
venivano invece ricavati i piagnoni o piastroni utilizzati per realizzare
le numerose volte, quelle del coro, delle cappelle, dei chiostri e
gli archi sopra le porte; anche a questa lavorazione erano addetti
scalpellini locali, così come quelli incaricati della realizzazione
delle piagne per le coperture e gli uomini addetti al trasporto delle
pietre e dei piagnoni con asini e cavalli. Come si evince dai Registri
delle spese che ci sono pervenuti, il lavoro degli scalpellini veniva
retribuito a giornata, ad opera finita o a braccia, come ad esempio
gli archi del chiostro ed i cornicioni; i compensi sono elargiti in
moneta, (all’incirca una lira a giornata) o in generi alimentari,
quali olio, vino, formaggio, frumento, castagne e fave o con generi
diversi come tela e tovaglie, secondo una consuetudine che trova riscontro
anche in coevi contratti per la realizzazione di opere marmoree.
Mentre per la copertura della chiesa sono utilizzate le piagne, probabilmente
per il convento viene impiegata una copertura a embrici, per la realizzazione
dei quali ci si avvale di esperti lombardi e romagnoli, cioè
provenienti da zone nelle quali vi è una lunga tradizione di
fornaci.
La presenza a Pontremoli di maestranze lombarde nel cantiere che si
avvia nell’ultimo quarto del XV secolo potrebbe essere ricondotta
ad una scelta dei frati, avendo la Comunità pontremolese affidato
alla Congregazione degli Agostiniani Riformati della Lombardia la
cura della chiesa e del convento che stavano per sorgere, mentre questo
non è vero per i lapicidi, presenti ed attivi da decenni a
Pontremoli, come attestano le fonti documentarie.
A proseguire questa lunga tradizione sarà ancora un lombardo,
m.o Giovanni da Lugano, che nel 1558 realizzerà il rivestimento
in pietra della facciata della chiesa dell’Annunziata; “opera
mirabile” secondo la definizione dei contemporanei.
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Pontremoli, convento
della SS. Annunziata, capitelli in arenaria |
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Procedendo all’analisi del repertorio decorativo, caratterizzato
da una varietà di motivi vegetali, motivo di interesse è
rappresentato dai capitelli dei chiostri che possono ricondursi
a tre tipologie. Un gruppo, nel primo chiostro, presenta una ornamentazione
a più foglie di acanto, talune con gli apici protesi verso
l’altro, mentre in alcuni peducci, sia delle volte del chiostro
che delle nicchie del paramento esterno della chiesa, si ripiegano
verso il basso, aderenti al corpo. […] Un secondo gruppo è
caratterizzato da foglie lanceolate, disposte a doppio ordine; un
ulteriore gruppo è individuabile nei capitelli a otto foglie
spatiformi con gli apici ripiegati, che negli angoli salgono a sfiorare
l’abaco; alcuni dei capitelli di quest’ultimo gruppo,
in particolare quelli posti nel secondo chiostro, presentano una
forma più slanciata, mentre gli altri sono meno sviluppati
in altezza.
Tra i capitelli si distingue nel secondo chiostro quello prospiciente
la porta della Sala Capitolare nel quale ad un primo ordine di foglie
lanceolate si sovrappone la raffigurazione di caulicoli con al centro
motivi floreali diversi. Ad ogni gruppo di capitelli corrispondono
analoghe forme nei peducci delle volte. Motivi vegetali diversi
ornano anche le mensole inserite nelle aperture, in una delle quali
è raffigurato il beneaugurante emblema del sole.
Queste opere scultoree possono essere ricondotte, oltre che a m.o
Jacobo, al maestro Antonio da Milano, detto Milano e ad un altro,
forse Giovanni Bogino, i lapicidi presenti nel cantiere che nel
volgere di pochi anni hanno realizzato, con l’aiuto di collaboratori,
le innumerevoli opere del complesso.
Il repertorio decorativo dei due chiostri e quello della chiesa
presentano tipologie ricorrenti nel Quattrocento in ambito lombardo,
in gran parte rielaborazioni di modelli duecenteschi, e accanto
alle ornamentazioni all’antica con motivi a dentelli e ovuli
e alle nicchie con terminazione a conchiglia di carattere rinascimentale,
nel paramento esterno della chiesa compaiono archetti trilobati
tardogotici. Alcune di queste opere trovano confronti prossimi,
ad esempio, nei capitelli delle colonne del porticato e del chiostro
dell’Ospedale vecchio di Parma, realizzate nei medesimi anni
(1477-1494) da Antonio Ferrari, lapicida proveniente da Agrate presso
Como
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Pontremoli, convento
della SS. Annunziata, ornamentazione delle mensolenel
secondo chiostro |
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