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Il fregio in Arenaria del Dopolavoro di Bagnone
L’impiego della pietra a vista nelle murature in Lunigiana riceve
un impulso a partire dagli anni Venti del Novecento, quando la cultura
fascista ripropone la costruzione di edifici che riprendano le forme
della tradizione italiana.
In questo periodo soprattutto a Bagnone si realizzano varie opere
monumentali, grazie al ruolo importante svolto nella comunità
da Ferdinando Quartieri, all’epoca senatore del Regno, costruzioni
realizzate in conci di arenaria macigno lavorata, ricavata dalle cave
aperte negli affioramenti prossimi al paese.Uno dei più significativi
edifici dell’epoca è quello del Dopolavoro, la cui facciata
viene ornata da un fregio in pietra scolpita a rilievo.
L’edificio era sede dell’Opera Nazionale Dopolavoro (OND)
istituita nel 1925 in Italia con lo scopo, come precisa lo statuto,
di “promuovere il sano e proficuo impiego delle ore libere dei
lavoratori con istituzioni dirette a sviluppare le loro capacità
fisiche, intellettuali e morali”, in realtà l’obiettivo
è quello di coinvolgere le masse popolari alla partecipazione
alla vita fascista. Accanto all’Opera Nazionale Balilla ed ai
Fasci giovanili, quella del Dopolavoro diviene la più vasta
e capillare delle organizzazioni di massa create dal regime ed uno
dei maggiori veicoli delle iniziative tra il Partito Nazionale fascista
e la popolazione.
Nei comuni, infatti, l’attività delle diverse sezioni
del Dopolavoro è diretta e coordinata dai segretari politici
dei Fasci che offrono così molteplici opportunità ricreative,
sportive, culturali e sanitarie in modo da consentire all’OND
di penetrare tra i lavoratori, in particolare tra i giovani. A partire
dal 1927, quando una grave crisi agricola aumenta la disoccupazione
e favorisce la migrazione verso le città, il fascismo avvia
una politica di intervento anche nelle campagne. Nelle zone rurali
sono i circoli ricreativi a permettere di raggiungere la popolazione,
precedentemente isolata e di avvicinarla al modo di vivere nazionale.
Il Dopolavoro diviene perciò, anche in questo ambito oltre
che in quello dei salariati, il migliore mezzo di persuasione ideologica
e sociale.
A Bagnone il Dopolavoro nasce all’inizio degli anni Trenta,
dopo che l’onorevole Ferdinando Quartieri avendo ampliato la
residenza di famiglia inglobando nella stessa l’adiacente teatro
settecentesco, a sostituire in certo qual modo il vecchio teatro dà
vita alla costruzione di un edificio sulla sponda sinistra del torrente
Bagnone.. Questo riprende le forme dei palazzi rinascimentali toscani;
presenta infatti il paramento in conci di pietra lavorata, ornato
con mensole e cornici decorate e con sulla facciata un fregio in arenaria
scolpita a rilievo. L’opera rinvia ai palazzi quattrocenteschi,
secondo i canoni dell’arte nuova che, come scrive Giuseppe Bottai,
deve dar vita a “costruzioni più solide, più ampie,
più forti sulla linea della grande tradizione dell’arte
autoctona italiana”.
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Bagnone, il fregio
decorativo del palazzo del Dopolavoro |
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Costruito a spese del senatore, una volta completato il palazzo viene
donato all’OND attraverso un contratto di cessione stipulato
nel settembre del 1934 con Giuseppe Bandinelli su delega dell’on.
Achille Storace
Il fregio, celebrativo del lavoro dell’uomo e della vita semplice
della campagna, è articolato in cinque elementi posti a coronamento
delle grandi aperture, (quattro misurano 75 x 290 cm; quello centrale
75 x 400 cm), ciascuno scandito in tre scene di cui quella al centro
più ampia delle due laterali. Il primo rilievo è dedicato
alla lavorazione della pietra e ritrae lo scalpellino mentre con punta
e mazzuolo sta ricavando da un masso una cornice, accanto a lui un
aiutante trasporta una mensola ornata con una foglia, motivo analogo
a quello che si osserva negli stipiti delle porte sottostanti; nel
riquadro centrale è rappresentato l’approvvigionamento
della pietra con il trasporto della pietra con il trasporto del blocco
che, dopo essere stato sbozzato e riquadrato, viene mosso su tronchi
con l’aiuto di pali di ferro; segue l’opera del muratore
intento a costruire un muro di pietre squadrate, aiutato da una donna
che reca un secchio sul capo, probabilmente la calce per la muratura.
È da supporre che questo primo fregio illustri l’opera
di realizzazione dell’edificio stesso, dall’estrazione
dei blocchi da una cava vicina, al traino per quelli di dimensioni
maggiori quali le lastre monolitiche per il fregio, alla successiva
muratura per la quale sappiamo che all’epoca venivano impiegate
anche le donne addette al trasporto dei materiali.
l pannello seguente rappresenta il lavoro dei campi. Nella prima scena
l’uomo è raffigurato intento a mietere con la falce,
la donna ritratta accanto a lui trasporta il covone; nel riquadro
centrale, mentre una figura femminile riposa sotto un albero, la coppia
si dirige con un asino carico verso il mulino. L’uomo incede
curvo sorreggendo un pesante sacco sulle spalle e la donna porta un
involucro sulla testa. Segue la raffigurazione della molitura con
il mugnaio che versa il grano dal sacco nella tramoggia sotto la quale
ruotano le macine, mentre la donna da un lato attende.
Il fregio posto sopra la porta centrale è celebrativo; illustra
simbolicamente il borgo di Bagnone rinnovatosi negli anni precedenti
con la realizzazione di due importanti opere. Al centro una figura
virile giace distesa entro una valle della quale s’intravedono
ai lati i fianchi scoscesi e profondamente incavati e lascia uscire
l’acqua da una brocca; si tratta della personificazione del
torrente Bagnone che scorre in basso proprio accanto al Dopolavoro.
Nei riquadri ai lati due coppie di putti sorreggono dei monumenti,
a sinistra una chiesetta con finestre gotiche, alludente al rifacimento
della quattrocentesca cappella di Santa Maria, posta nei pressi del
palazzo Quartieri, che nel 1928 era stata ricostruita in forme “francescane”
ad opera del senatore; i putti sulla destra con espressione dolente
mostrano il monumento ai caduti inaugurato nel 1929.
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Bagnone. bassorilievo
raffigurante la lavorazione della pietra |
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Tra i pannelli qui insistono due scudi: uno del comune di Bagnone
con la doppia torre sormontata da due falci di luna, una delle quali
sorretta da una mano, l’altro quello della famiglia Quartieri.
Nella cornice sottostante è scolpita l’iscrizione: MAGLI
D. 1931 A. IX. PRETARI SC., indicante rispettivamente l’ideatore
dell’opera ed il nome dello scalpellino che ha eseguito il rilievo.
Augusto Magli è un artista spezzino che dagli inizi del secolo
opera in costruzioni dirette dall’architetto Franco Oliva. Francesco
Pretari (1869-1951) è un abile lapicida bagnonese che lavora
alle dipendenze del senatore Quartieri per conto del quale realizza
molte opere in pietra; nel 1931 viene nominato Cavaliere e insignito
della Stella al Merito del lavoro per la scultura in arenaria eseguita
nel corso di trent’anni. La data riportata sul fregio risulta
di alcuni anni anteriore al completamento del palazzo, avvenuto come
sappiamo nel 1934.
IRiprendendo la lettura del fregio; il pannello successivo è
dedicato alla vendita del raccolto. Nella prima scena l’uomo
sembra intento a contrattare un grasso maiale, pronto per la macellazione
e raffigurato in basso, con una donna che solleva le mani indicando
il numero otto con le dita, probabilmente il prezzo che esige per
la vendita. Nel riquadro centrale è rappresentata la famiglia
che porta al mercato gli animali allevati: un giovane cammina conducendo
un vitello, seguito dalla donna che tiene per mano un bimbo affiancato
da un agnello. A questo segue la compravendita delle castagne tra
due donne ritratte nell’atrio di un’abitazione; in primo
piano sono dei sacchi colmi, dei quali uno, ancora chiuso a terra,
è l’oggetto dell’acquisto.
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Bagnone. bassorilievo
raffigurante scene di vita rurale |
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Nell’ultimo pannello del fregio sono raffigurate scene domestiche:
una donna seduta con le mani in grembo presso una fonte è intenta
ad attingere l’acqua con un secchio; segue la rappresentazione
della “veglia”, il momento serale della giornata durante
il quale tutta la famiglia si raccoglie intorno al focolare. Partendo
da destra, un ragazzo attizza il fuoco vicino ad una donna, la madre,
appoggiata ad una cassapanca e intenta a sferruzzare; accanto a lei
una più anziana in piedi tiene tra le mani la corona del rosario,
mentre un uomo su di uno sgabello si scalda al fuoco.
Sull’altro alto, seduta sulla tradizionale panca lunigianese
dall’alto schienale una donna sembra incoraggiare una ragazza
che timidamente tiene il capo abbassato, mentre un giovane attende
alle sue spalle forse un cenno di assenso ad una proposta di matrimonio.
Sulle pareti di fondo sono raffigurati su mensole i pochi oggetti
della cucina contadina tra i quali si riconoscono il secchio dell’acqua
con appeso il mestolo, la catena che scende sul fuoco destinata a
reggere il paiolo, strumento di uso abituale per la preparazione del
pranzo quotidiano, un setaccio.
Nell’ultimo riquadro una donna è intenta a filare con
la rocca e l’arcolaio, lo sguardo rivolto ad una finestra aperta
sulla quale è posato un vaso di fiori, mentre un gatto accanto
a lei fa le fusa.
Il fregio celebra il lavoro e la vita rurale attraverso la rappresentazione
degli scalpellini, del muratore e del contadino intento a mietere
o a trasportare i sacchi al mulino, più carico della soma dell’animale
che lo affianca. Sono le attività ricorrenti nel mondo lunigianese
illustrate secondo modalità e cadenze che si ripetevano da
secoli senza variazioni e che il progresso tecnologico non aveva ancora
modificato.
Diffusamente presente è la figura femminile. Rivestita con
lunghe gonne pieghettate, sormontate dal grembiule del quale a volte
sono evidenti le ampie tasche, mentre altre volte viene portato con
un lembo fermato in vita, la donna ha il capo ricoperto del tradizionale
fazzoletto con le cocche raccolte sulla testa. Un abbigliamento che
ricorda quei costumi popolari che in quegli anni si auspicava divenissero
di uso quotidiano.
Nei fregi emerge il ruolo secondario della donna, anche se in certo
qual modo parallelo a quello maschile come era comune nella società
rurale; nella costruzione dell’edificio ella svolge un compito
di manovalanza, addetta al trasporto della sabbia o della calce, così
anche nella mietitura durante la quale, mentre l’uomo taglia
il grano, lei porta in spalla un covone e così quando si reca
con un sacco in testa al mulino dove poi ritira la farina. Soltanto
nella contrattazione del maiale sembra essere protagonista ed il suo
atteggiamento rievoca la figura della “massaia rurale”,
la donna che regge l’economia della famiglia, le cui virtù
venivano additate al mondo urbano.
L’ultimo pannello, dedicato alla vita domestica, la vede maggiormente
presente, sempre comunque intenta al lavoro. Quando non porta dei
carichi sul capo (alla fonte, al mulino, mentre si reca al mercato),
la donna tiene la testa reclinata, gli occhi abbassati in un atteggiarsi
raccolto.
Il fregio dunque vuole celebrare la vita rurale lunigianese attraverso
la rappresentazione delle attività ricorrenti nel mondo lunigianese
dei primi decenni del Novecento.
La figura maschile è definita da pochi tratti ed i volti talvolta
sembrano aggiornati al linguaggio del tempo con visi di profilo rigidi
e squadrati, labbra pronunciate e naso marcato, secondo la ben nota
iconografia fascista. Si distacca dagli altri l’immagine dello
scalpellino, raffigurato dal Magli con una fluente barba, come si
osserva nel pannello di gesso che ci è pervenuto, ma non riproposto
in tali forme nella formella in pietra dove presenta invece un aspetto
bonario e dei realistici baffoni. Il confronto con i pannelli in gesso
evidenzia come questa figura sia l’unica che si differenzi dal
modello; se ne evince come in corso d’opera, il Pretari ne abbia
modificato i tratti, realizzando il proprio autoritratto.
E’ noto anche come, dalla fine degli anni Venti, il fascismo
dedichi attenzione alla vita rurale; nel 1928, 50 mila rurali vengono
portati con i camion a Roma per celebrare la ripresa delle battaglie
economiche. L’OND partecipa a questo progetto con l’obiettivo
dichiarato di “armonizzare il ritmo dell’agricoltura al
tempo della scienza e della modernità”; ci si prefigge
infatti di valorizzare la vita contadina che appariva più faticosa
e meno gratificante di quella dei lavoratori delle città e
nello stesso tempo di stimolare la produttività nel mondo agricolo.
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Bagnone, bassorilievo
raffigurante scene di vita rurale |
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Bagnone, bassorilievo
raffigurante scene di vita domestica |
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A partire dal 1929, i dirigenti dell’OND cominciano a dedicare
le loro energie alla riesumazione e, più spesso, alla reinvenzione
di quelle tradizioni popolari che, relegate dallo stato liberale in
un ruolo marginale, stavano scomparendo a poco a poco a seguito del
diffondersi dell’alfabetismo, dell’urbanizzazione e delle
migliorate comunicazioni.
Magli, pur attenendosi all’ideologia del momento, pare differenziarsi
dalle forme espressive coeve; le sue figure risultano meno ruvide
ed aspre e sembrano ispirarsi ai modi del “verismo sociale”,
quella tendenza che, sviluppatasi negli ultimi due decenni dell’Ottocento,
è proseguita nel corso del Novecento. Qui, ai toni dell’epica
del lavoro, si affianca la descrizione dello spazio domestico o della
campagna punteggiata da alberi e fiumi, con accenti intimistici presenti
nella presentazione di talune figure femminili.
Non è possibile al momento un confronto con altre opere realizzate
dal Magli, la cui esperienza scultorea è in corso di studio,
mentre l’attenzione della critica è stata rivolta fino
ad ora alla produzione pittorica alla quale si è dedicato a
partire dagli anni Quaranta. In questi rilievi si coglie da un lato
un riferimento esplicito dell’autore alla plastica quattrocentesca
toscana, come nel pannello centrale nel quale in particolare il modello
è costituito da Donatello; dall’altro vi è nel
fregio la celebrazione di una certa semplicità paesana, sostenuta
in quegli anni da Soffici e dal gruppo di Firenze in seno al movimento
“Novecento”, in particolare in occasione della prima mostra
del Novecento italiano del 1926 .
In contrapposizione alla celebrazione della magniloquenza e dell’eroismo
ed anche di una certa solennità monumentale che si vanno affermando,
quale si osserva ad esempio nelle opere coeve del carrarese Arturo
Dazzi, nei nostri rilievi si evocano aspetti “naturali”
della vita dell’uomo, in particolare dei ceti più umili
rappresentati in iconografie domestiche e nell’atteggiamento
intimista di quelle figure femminili con lo sguardo abbassato e le
mani abbandonate in grembo.
Con la “fusione di realismo e poesia” celebrata dalla
rivista “Gente nostra”, organo ufficiale dell’Opera,
si esplicita anche qui l’obiettivo perseguito dall’OND
di “abituare il popolo all’ordine, alla disciplina, alla
tolleranza della fatica, al vigore del corpo, all’energia dello
spirito per garantirlo dall’ozio sempre seguito dalla noia,
dalla frivolezza e dal vizio”.
A questo si associa il classicismo un po’ accademico del pannello
centrale, secondo il modello culturale che gli organizzatori della
cultura dopolavoristica offrivano alle masse popolari.
L’immagine propagandistica che si vuole trasmettere è
quella di un mondo rurale operoso ed idillico; sappiamo come in realtà
la vita dei contadini lunigianesi fosse ben diversa. Pochi anni prima,
nel 1927, erano stati rinnovati i contratti di mezzadria a condizioni
più dure dei precedenti, le magre terre spezzettate in piccole
proprietà non consentivano un reddito sufficiente spingendo
molti all’emigrazione. All’epoca da Bagnone ci si recava
per vari mesi dell’anno in barsana, nella val padana, a svolgere
l’attività di venditore ambulante per integrare il modesto
ricavato dall’agricoltura locale.
Una volta completato, il Dopolavoro comunale di Bagnone diviene punto
di riferimento per tutte le manifestazioni del borgo e non soltanto,
nel borgo, infatti, si costituisce una filodrammatica.
Nel 1936 il palazzo ospita la “Mostra Popolaresca d’arte
Lunigianese” articolata in due Sezioni, Pittura e Artigianato
nel cui opuscolo di presentazione sono riportate le varie espressioni
di artigianato artistico interessate. Non si può non rilevare
come l’esposizione non comprenda manufatti in arenaria scolpita,
segno che quella del Pretari è rimasta l’unica esperienza
moderna di scalpellino-scultore; la disponibilità del marmo
delle vicine cave apuane ha dunque impedito che nella pietra arenaria
fossero ancora riconosciute quelle qualità estetiche ampiamente
attestate, come si è visto, in tante opere dei secoli precedenti.
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