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La fontana medicea di Fivizzano


Fivizzano, borgo sito nell’area più orientale della valle del Magra, presenta ancora oggi significative testimonianze dell’importante ruolo economico e politico svolto nel passato, quando per lungo tempo è stato il centro della Lunigiana medicea. Il legame anche culturale con la Toscana risulta particolarmente evidente nella piazza centrale, cuore della parte più antica dell’abitato, che è delimitata su più lati da palazzi sei -settecenteschi caratterizzati da fronti con ampi portali, cornici marcapiani e finestre in arenaria e che presenta al centro dello slargo, pavimentato in lastroni di Macigno, una fontana anch’essa in pietra. Una sistemazione urbanistica che trova molteplici confronti in ambito toscano.

Fivizzano, la vasca in arenaria al centro della piazza medicea

La vasca in Macigno che orna la piazza, costituendone oggi l’elemento caratterizzante, risulta essere stata infatti il punto di arrivo di una condotta che, per risolvere il problema dell’approvvigionamento idrico di questa terra prelevava l’acqua ad alcune miglia di distanza. Sul bordo della conca un cartiglio riconduce la fonte alla munificenza del Granduca Cosimo III, mentre una targa marmorea ricorda come la stessa sia stata completata nel 1683 ad opera di Alfonso Bracciolini che per sette anni era stato governatore della Terra fivizzanese. L’iscrizione che celebra la felice conclusione di un’impresa durata molto a lungo, lascia anche trasparire nel testo il riferimento alle difficoltà incontrate, quando nell’elogio al Bracciolini si legge come: “estinse la sete alla comunità fivizzanese portando l’acqua nel borgo e completando la “quasi disperata” opera della fonte”. Con l’ausilio dei documenti pervenutici è possibile ricostruire oggi la tormentata realizzazione di questa condotta.
La questione della fonte all’epoca è stata ripetutamente al centro dell’ attenzione di Consigli del Capitanato, di cui Fivizzano era il centro, come confermano i verbali contenuti nel Libro de Partiti et Deliberationi, mentre si può ripercorrere il complesso procedere del cantiere attraverso due fascicoli inediti, i Saldi della fonte ed il Registro dei mandati, i registri cioè su cui venivano trascritte dal cancelliere le disposizioni ed era annotata voce per voce la contabilità relativa all’opera.

Fivizzano, pianta della fontana di Fivizzano con il disegno della recinzione
Già negli ultimi decenni del Cinquecento la Comunità fivizzanese aveva rivoltoun’istanza al governo granducale chiedendo di poter utilizzare l’importo di alcuni proventi per risolvere il problema dell’approvvigionamento idrico; l’acqua disponibile nel borgo si rivelava ormai insufficiente, visto l’aumento della popolazione alla quale in varie circostanze si aggiungevano numerosi forestieri e cioè i soldati presenti nelle rassegne militari e coloro che vi si recavano in occasione di fiere e mercati.
Anche nel secolo successivo si ripetono le suppliche a Firenze alle quali si unisce la disponibilità dichiarata da alcune famiglie ad offrire un contributo per la realizzazione dell’opera, senza peraltro raggiungere l’esito sperato. Soltanto nel 1639 la Comunità ottiene dal Granduca la concessione di utilizzare per la fonte i proventi della Gabella degli Stracci e la costruzione della condotta può così prendere avvio. Nel corso dei lavori si presenteranno ripetute difficoltà finanziarie a causa della ricorrente mancanza di fondi ed anche per i contrasti insorti all’interno della Comunità, per cui l’opera subirà lunghe interruzioni, cui si alterneranno invece periodi di intensa attività.
Non ci è pervenuto il progetto per la cui stesura in un primo tempo era stato invitato un ingegnere genovese mentre successivamente l’incarico viene affidato a Baccio del Bianco, ingegnere fiorentino e membro dei Capitani di Parte guelfa, la magistratura che si occupa di opere pubbliche in particolare della regimazione delle acque. E’ il primo degli ingegneri granducali che, come vedremo, in più occasioni si occuperanno dei lavori.
Dopo aver visitato varie sorgenti, il Del Bianco delibererà di prendere l’acqua dal torrente della Verrucola e portarla nella piazza per mezzo di una condotta che sarà realizzata con canale in arenaria e coperta con lastroni anch’essi in Macigno. Nel 1640 hanno inizio le opere di sterro, ma il cantiere si interrompe ben presto in quanto all’interno del Capitanato la borgata di Castiglione del Terziere si oppone a che l’intero introito della gabella sia destinato alla fonte, chiedendo invece di poterne dividere i proventi. I lavori riprendono sei anni dopo quando alla Comunità viene nuovamente concesso di poter utilizzare le entrate della gabella per dieci anni. Decisivo in questa circostanza è l’intervento messo in atto presso il governo granducale dal dottor Terenzio Fantoni, un fivizzanese ben inserito nell’ambiente fiorentino dove assumerà importanti incarichi.A questo punto può avviarsi il cantiere, guidato per alcuni anni da un capomastro fiorentino, maestro Luca Totti; alla lavorazione delle canale di pietra e dei bottini, i depositi dell’acqua, sono addetti vari scalpellini provenienti sia da Fivizzano che dalle borgate di Mommio, Pieve San Paolo, Serra, Pognana, che ricevono un compenso di una lira e sei soldi per ogni braccio di canala lavorato; a capo degli stessi è Lodovico Castelletti di Fivizzano retribuito con due lire a giornata. Nel cantiere risultano presenti anche alcune donne. Non viene indicata in questa fase la cava dove si estrae la pietra, ma poiché si fa riferimento al trasporto dalla Terra alla Verrucola, dove c’è la sorgente, sembra ipotizzabile che si tratti di una cava immediatamente a ridosso dell’abitato, quella posta nei pressi del convento francescano. Nel corso dei lavori ci si avvale della consulenza di un architetto granducale, il fiorentino Alfonso Parigi.

Fivizzano, particolare della fontana medicea
Un nuovo impulso all’opera si ha nel 1651 quando, seppur con il parere contrario dei rappresentanti dei Castelli, il Consiglio riesce a deliberare di destinare all’opera per tre anni il provento della dogana del sale e di imporre anche una tassa d’estimo di 400 piastre. Si può così prevedere la lavorazione di oltre un migliaio di braccia di condotta precettando diciassette scalpellini con l’obbligo di fornire sedici braccia di canale ogni mese per ciascuno. Nel 1653 ottocento braccia di canale sono invece affidate a due scalpellini carraresi per un costo di 2,07 lire il braccio, un compenso superiore a quello che era stato previsto per le maestranze locali.
I tentativi del consiglio di proporre nuovi stanziamenti per la prosecuzione dei lavori sono in seguito ripetutamente respinti dai rappresentanti dei Castelli che li accolgono soltanto quando vengono imposti dalla magistratura fiorentina dei Nove. Su disposizione di questa nel 1654 si deliberano infatti 400 piastre, metà a carico della Terra e metà dei Castelli e il cantiere può riprendere nell’autunno seguente, quando ritorna a Fivizzano il Totti e vi rimane due mesi. Ormai è stato realizzato un buon tratto di condotta che arriva nei pressi del convento dove viene costruito un deposito detto appunto di San Francesco. Sulla piccola costruzione viene posta una targa marmorea, tuttora esistente, nella quale si dà atto di come l’opera sia stata compiuta a spese “della comunità e della regione circostante”, quindi anche con il contributo delle altre borgate del Capitanato.
L’acqua deve ora essere portata entro le mura nella Piazza, ma per alcuni anni non si può riaprire il cantiere in quanto per una serie di circostanze, tra cui una disastrosa alluvione, la Comunità deve dedicarsi ad opere più urgenti. Quando, nel 1659, dai Nove giunge l’ordine di imporre una tassa per riprendere i lavori, i rappresentanti dei Castelli inviano due rappresentanti a Firenze a chiedere che tale disposizione venga revocata. Sono dunque più che mai decisi a non impegnare ulteriori somme per un’impresa dalla quale trarrà beneficio soltanto il borgo di Fivizzano. Probabilmente è ancora il Fantoni ad intervenire presso il governo fiorentino ed a ottenere che nel 1660 venga nuovamente destinato alla fonte il ricavato della gabella degli Stracci.
Per la predisposizione di questa parte del tracciato sono necessari nuovi rilievi; si pensa in un primo tempo di ricorrere ad ingegneri fiorentini, ne risulta invece poi incaricato il carrarese Francesco Bergamini. Si ordinano quindi 280 braccia di canale e la calce necessaria per la loro posa in opera. Questa volta viene affidato l’appalto al fivizzanese Nicolò Pallaroni con un compenso di 3,12 lire il braccio, compresi le imboccature ed il trasporto; a guidare il cantiere è ancora Luca Totti.
Dopo queste opere i lavori subiscono una lunga interruzione per riprendere soltanto diciassette anni dopo, nel 1681. Ancora una volta è il Granduca che con un prestito alla Comunità di 440 piastre consente il completamento dell’opera. Per dare disposizioni in merito alla condotta giunge da Firenze Antonio Ferri, allora aiuto dell’ingegnere dei fiumi; non ritorna più il Totti e di seguire il cantiere è ora incaricato un fivizzanese, Stefano Lemmi. Le pietre necessarie per realizzare le canale, i piastroni e i depositi vengono estratte dalla cava di San Francesco e da due altre site alla Verrucola.
Nel frattempo si pensa anche a predisporre i cannoni di piombo, cioè le tubature che porteranno l’acqua dall’ultimo deposito, costruito a ridosso delle mura fino alla piazza, la cui realizzazione viene affidata ad un fonditore fiorentino, m.o Gio Batta Soldeli, con il quale collaborano vari artigiani locali. Non essendo reperibile in zona la materia prima, ci si approvvigiona più volte di piombo a Livorno dove viene procurato anche lo stagno proveniente dall’Inghilterra.
Finalmente ci si avvia ormai alla conclusione della condotta e da Firenze giunge il modello ligneo della vasca che abbellirà il centro della piazza, la machina della fonte, come viene definita. Anche se non troviamo riferimenti espliciti all’autore, si può ritenere opera di un ingegnere granducale, quasi certamente lo stesso Ferri che pochi mesi prima è venuto a fare un sopralluogo e ritornerà nuovamente a controllare i lavori; a lui infatti il Lemmi, responsabile del cantiere, invierà i disegni dello scoglio che sorge al centro della vasca.
Non appena arriva il modello ne viene affidata la realizzazione al carrarese Jacopo Toschini che s’impegna a scolpire sia la vasca in arenaria che i delfini e le conchiglie di marmo che la ornano. Le pietre necessarie vengono estratte dallo scalpellino Gio Agostino di Collegnago, aiutato dal figlio Antonio, nella cava in Sassìna e a causa delle loro notevoli dimensioni sono poi tirate nella piazza con una lizza e lavorate lì. Al centro della piazza viene predisposta la buca dove saranno gettate le fondamenta della vasca che verranno poi coperte da una volta in pietra sostenuta da un pilastro centrale e sormontata da un basamento in mattoni. Quando la vasca è pronta, per assistere alla posa in opera della stessa e dello scoglio giunge da Carrara l’ingegnere Andrea Baratta.
Nella primavera del 1683 l’acquedotto entra finalmente in funzione; dallo scoglio centrale s’innalza uno zampillo, mentre dai delfini posti sul bordo della vasca l’acqua scende nelle sottostanti conchiglie, posate su plinti in arenaria addossati all’esterno. La vasca di forma mistilinea insiste su di una gradinata di tre ordini, presenta il paramento in arenaria articolato in otto elementi, quattro convessi alternati ad altrettanti concavi che delimitano incavature nelle quali sono inseriti i plinti che reggono le conchiglie marmoree. L’opera trova confronti prossimi nelle molteplici vasche in pietra che nel corso del Cinquecento sono state collocate a ornamento dei giardini delle ville fiorentine. Negli anni seguenti la piazza viene pavimentata con lastroni di arenaria e a protezione della vasca è posta ai piedi della gradinata una cancellata aperta per impedire che si avvicinino gli animali, lasciando invece libero accesso alle persone per attingere l’acqua. Per secoli la fonte diventa punto vitale del borgo.



 
  Arenaria Pietra della Lunigiana - a cura di:
   Prof. GIANFRANCO DI BATTISTINI  DIPARTIMENTO DI SCIENZE DELLA TERRA - UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI PARMA
   Prof. CATERINA RAPETTI  DIPARTIMENTO DEI BENI CULTURALI - UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI PARMA